ARTICOLI In questa sezione, gli articoli si concentreranno su medicina narrativa, medical humanities ed etica della cura. Analizzando studi pubblicati su riviste scientifiche autorevoli, si tenterà di offrire un punto di partenza per un dialogo interdisciplinare che coinvolga tutti i professionisti della salute. L’obiettivo è contribuire alla costruzione di una pratica clinica più completa e personalizzata, che valorizzi sia l’efficacia degli interventi che la dimensione umana dell’esperienza di malattia

di Massimiliano Marinelli   agosto 2026

Quando la crescita pesa: ascoltare ciò che gli indicatori non vedono

Corica, D., Lugarà, C., La Malfa, V., Pecoraro, M., Morabito, L. A., Pepe, G., Alibrandi, A., Aversa, T., & Wasniewska, M. G. (2026). Narrative medicine approach for assessing the emotional experience of children and adolescents treated with daily rhGH and their caregivers. Frontiers in Endocrinology, 17, 1654794. https://doi.org/10.3389/fendo.2026.1654794

Premessa

Una terapia può risultare correttamente seguita e, nello stesso tempo, pesare nella vita quotidiana. Può produrre risultati clinici soddisfacenti e lasciare tuttavia zone di disagio che una valutazione globale non intercetta. È in questa distanza fra andamento terapeutico ed esperienza vissuta che si colloca lo studio pubblicato su Frontiers in Endocrinology da un gruppo dell’Università di Messina.

L’indagine riguarda bambini e adolescenti sottoposti ogni giorno a iniezioni di ormone della crescita ricombinante e i loro caregiver. Gli autori hanno affiancato ai dati clinici e ai questionari sulla qualità di vita tre domande aperte e un colloquio di approfondimento. Ne emerge un risultato semplice solo in apparenza: valori complessivamente rassicuranti di aderenza e qualità di vita possono convivere con stress terapeutico, vergogna, disagio fra pari e fatica familiare.

Lo studio non dimostra che la medicina narrativa migliori l’aderenza, la qualità di vita o gli esiti clinici. Mostra però che l’ascolto strutturato può far comparire aspetti dell’esperienza che i soli indicatori sintetici rischiano di lasciare sullo sfondo. È un contributo importante proprio perché invita a non confondere ciò che è misurabile con tutto ciò che, per il paziente, conta.

Perché questo articolo è in evidenza

L’articolo merita attenzione per tre ragioni. In primo luogo, porta la medicina narrativa dentro un contesto clinico molto concreto: una terapia pediatrica cronica, quotidiana e invasiva. In secondo luogo, considera insieme la voce del minore e quella del caregiver, riconoscendo che in pediatria l’esperienza della cura è strutturalmente relazionale. Infine, rende visibile una discrepanza clinicamente significativa: la buona aderenza e una qualità di vita globale favorevole non escludono una sofferenza legata alla terapia.

È inoltre uno studio utile per comprendere sia le possibilità sia i rischi della quantificazione delle narrazioni. Le risposte aperte vengono trasformate in categorie e messe in relazione con variabili cliniche e psicometriche. Questo permette di individuare ricorrenze, ma impone cautela: la voce personale non coincide con il punteggio che ne viene ricavato. L’interesse dell’articolo risiede quindi non soltanto nei risultati, ma anche nelle domande metodologiche che apre.

Presentazione dello studio

Popolazione e contesto

Lo studio è osservazionale e monocentrico. È stato condotto fra gennaio e novembre 2024 presso il Centro di Endocrinologia Pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “G. Martino” di Messina. Sono stati inclusi 53 pazienti con deficit isolato dell’ormone della crescita o bassa statura in nati piccoli per l’età gestazionale, tutti di età superiore a otto anni e in trattamento quotidiano con ormone della crescita ricombinante da almeno dodici mesi. Per ciascun paziente è stato coinvolto un caregiver.

Il campione aveva un’età media di 12,3 anni; il 66% aveva almeno dodici anni e il 69,8% era in fase puberale. La durata media della terapia superava i cinque anni. I criteri di esclusione eliminavano sindromi genetiche, deficit ormonali multipli, altre patologie o terapie croniche, deficit neurocognitivi e barriere linguistiche. Questa selezione rende il gruppo relativamente omogeneo, ma restringe la trasferibilità dei risultati ai bambini con situazioni cliniche più complesse.

Raccolta delle esperienze

Due psicologhe formate hanno incontrato pazienti e caregiver durante il controllo periodico. Oltre alla raccolta dei dati clinici e familiari, hanno utilizzato i questionari KIDSCREEN-27 per i pazienti e KIDSCREEN-10 nella versione per genitori. A entrambi sono state poi rivolte tre domande aperte, seguite da un’intervista di approfondimento.

Le domande esploravano esperienza emotiva, accettazione della terapia, soddisfazione, consapevolezza, aderenza, disagio nei rapporti con i coetanei, stress legato al trattamento e progetti futuri. I testi sono stati codificati indipendentemente da due psicologhe; un terzo valutatore interveniva in caso di disaccordo. Le categorie sono state tradotte in scale dicotomiche o a tre livelli predisposte dagli autori prima dell’analisi.

Questo passaggio merita attenzione. L’indagine raccoglie narrazioni, ma non è un’analisi narrativa libera orientata a ricostruire trame, temporalità o significati emergenti. Le risposte sono lette attraverso dimensioni già definite e successivamente convertite in variabili. Si tratta quindi di un uso clinico strutturato delle narrazioni, integrato con analisi qualitative e quantitative.

Risultati principali

L’81,1% dei pazienti presentava una buona aderenza secondo la soglia adottata dagli autori. La qualità di vita globale risultava buona nell’84,3% dei pazienti e nel 77,4% dei caregiver. Se ci si fermasse a questi valori, l’esperienza del trattamento apparirebbe prevalentemente favorevole.

Le risposte aperte mostrano un quadro più articolato. Il 41,5% dei pazienti esprimeva disagio, stress, ansia o vergogna; il 49,1% riportava stress legato alla terapia quotidiana e il 24,5% disagio nei confronti dei coetanei. Quest’ultimo era più frequente nei ragazzi dai dodici anni in su. Fra i caregiver, il 32,1% riferiva un’esperienza emotiva negativa connessa alla terapia del figlio.

L’accettazione del trattamento da parte dei pazienti era considerata ottimale nel 56,6% dei casi, moderata nel 30,2% e scarsa nel 13,2%. Quasi tutti i caregiver dichiaravano soddisfazione per i risultati clinici, ma una parte descriveva ugualmente la somministrazione quotidiana come frustrante, scomoda o gravosa per la famiglia. Soddisfazione ed esperienza positiva, dunque, non sono sinonimi.

Le analisi correlazionali indicavano che un’esperienza emotiva più positiva era associata a maggiore accettazione della terapia e a una migliore esperienza emotiva del caregiver; risultava invece inversamente associata allo stress terapeutico e al disagio fra pari. Nel modello multivariato, stress legato alla terapia e accettazione rimanevano associati all’esperienza emotiva. Gli intervalli di confidenza, soprattutto per l’accettazione, erano però ampi, segnalando una stima poco precisa.

Un dato particolarmente significativo è l’assenza di associazioni statisticamente rilevanti fra esperienza emotiva o stress terapeutico e punteggi globali o specifici della qualità di vita. Questo non invalida i questionari: mostra che strumenti diversi osservano dimensioni differenti. Una misura generale può descrivere un funzionamento complessivamente buono senza intercettare il peso di un gesto ripetuto ogni giorno, la necessità di nascondere un’iniezione o il timore di apparire diversi davanti ai coetanei.

Punti di forza e limiti

Fra i punti di forza vi sono l’accesso congiunto alle prospettive di pazienti e caregiver, l’integrazione con dati clinici e questionari validati, la codifica indipendente da parte di due professioniste e la descrizione trasparente del finanziamento. Il lavoro è stato sostenuto da un grant Pfizer; gli autori dichiarano che il finanziatore non ha partecipato a disegno, raccolta, analisi, interpretazione, scrittura o decisione di pubblicare.

I limiti modificano però la portata delle conclusioni. Il campione è piccolo, selezionato e proveniente da un unico centro; manca un gruppo di confronto. Il disegno osservazionale e trasversale non consente di stabilire se stress e scarsa accettazione causino un’esperienza emotiva negativa o ne siano componenti strettamente intrecciate.

Commento

Quando il risultato clinico non coincide con l’esperienza

Il contributo più convincente dello studio nasce dalla coesistenza di due quadri apparentemente discordanti. Da una parte, aderenza e qualità di vita sono generalmente buone; dall’altra, quasi un paziente su due riferisce stress legato alla terapia. Non è una contraddizione da risolvere scegliendo quale misura sia “vera”. È il segno che la realtà clinica e quella vissuta non sono sovrapponibili.

La terapia agisce sulla crescita e può essere riconosciuta come utile. Nello stesso tempo entra nella giornata attraverso l’ago, gli orari, i viaggi, la scuola, la presenza degli altri e la ripetizione per anni. Il paziente può aderire perché comprende lo scopo del trattamento e tuttavia sentirne il peso. Può dichiarare una buona qualità di vita e provare vergogna quando deve praticare l’iniezione lontano da casa. La narrazione non smentisce il dato clinico: gli restituisce il contesto umano nel quale acquista significato.

Questo passaggio invita anche a usare con precisione la parola “aderenza”. Un comportamento aderente descrive la regolarità con cui la terapia viene assunta; non dimostra che il piano sia stato interiormente condiviso né che la persona disponga di uno spazio per esprimere dissenso, ambivalenza o stanchezza. L’obiettivo della comunicazione non dovrebbe ridursi a ottenere la prosecuzione della terapia, ma cercare una concordanza praticabile: comprendere che cosa il trattamento comporta per quel bambino e per quella famiglia e costruire, per quanto possibile, un modo sostenibile di attraversarlo.

La relazione pediatrica è una relazione a tre

La correlazione fra esperienza emotiva del caregiver e del paziente richiama la struttura peculiare della cura pediatrica. Il bambino non è un destinatario isolato e il genitore non è un semplice tramite organizzativo. Entrambi partecipano alla costruzione quotidiana del trattamento, con responsabilità, timori e aspettative differenti.

Ascoltare soltanto il caregiver rischia di rendere invisibile il punto di vista del minore; rivolgersi soltanto al paziente rischia di ignorare il lavoro materiale ed emotivo sostenuto dalla famiglia. Lo studio mostra l’utilità di raccogliere entrambe le prospettive senza presumere che coincidano. La soddisfazione del genitore per la crescita ottenuta può convivere con la fatica del figlio; il disagio del caregiver può a sua volta influire sul modo in cui il bambino vive l’iniezione.

Una pratica narrativa appropriata non dovrebbe quindi limitarsi a somministrare domande aperte, ma creare condizioni comunicative adatte all’età, proteggere uno spazio di parola dell’adolescente e riconoscere le eventuali divergenze familiari. Il valore non sta nell’obbligare le voci a convergere, ma nel permettere che siano ascoltate prima di decidere come sostenere la continuità terapeutica.

Dalla narrazione al dato, senza perdere la persona

Lo studio tenta un’operazione ambiziosa: trasformare testi brevi in variabili confrontabili. È una scelta legittima e utile per mostrare la frequenza di alcuni vissuti, ma non esaurisce ciò che una narrazione può offrire. Stress, vergogna, accettazione e speranza non sono oggetti indipendenti già pronti nel testo; sono categorie interpretative applicate a parole situate in una relazione e in uno specifico momento della cura.

Per questo le percentuali dovrebbero essere considerate porte d’ingresso, non punti di arrivo. Sapere che il 49,1% dei partecipanti manifesta stress terapeutico segnala un bisogno clinico. Comprendere che cosa quello stress significhi per una determinata persona richiede però di tornare alla sua storia: quando compare, con chi, in quali luoghi, quali strategie sono già state trovate e quali cambiamenti sarebbero accettabili.

Che cosa può cambiare nella pratica

Lo studio non verifica un intervento e non autorizza a concludere che tre domande migliorino l’aderenza o la qualità di vita. Suggerisce tuttavia una modifica plausibile del processo di cura: affiancare ai controlli clinici uno spazio periodico nel quale paziente e caregiver possano descrivere separatamente e insieme l’esperienza del trattamento.

Le domande più utili non riguardano soltanto quante dosi siano state saltate. Possono esplorare che cosa sia diventato più difficile, quando l’iniezione interferisca con la vita sociale, come il ragazzo ne parli con i coetanei, quali compiti ricadano sul caregiver e se vi siano aspetti del trattamento che vengono eseguiti senza essere realmente condivisi. Le risposte non producono automaticamente una soluzione, ma permettono di indirizzare sostegno psicologico, educazione terapeutica, adattamenti organizzativi e comunicazione clinica verso bisogni concreti.

L’articolo indica infine un criterio importante di appropriatezza: l’ascolto narrativo non deve essere presentato come una tecnologia che garantisce migliori esiti. È piuttosto una pratica conoscitiva e relazionale che amplia ciò che il gruppo di cura può vedere. Il suo risultato immediato non è necessariamente un punteggio migliore, ma una descrizione più fedele della situazione della persona.

Conclusioni

La medicina narrativa può avere una funzione clinica concreta senza essere caricata di promesse non dimostrate. Le domande aperte hanno reso visibili stress, vergogna, disagio fra pari e fatica familiare in un gruppo che, secondo gli indicatori generali, presentava buona aderenza e qualità di vita.

La forza del lavoro sta nella capacità di aprire uno spazio fra dato clinico ed esperienza vissuta. La sua debolezza consiste nel campione limitato, nel disegno osservazionale, nella trasformazione di categorie narrative in misure non validate e nella conseguente impossibilità di attribuire effetti alla medicina narrativa.

Il messaggio più solido non è che raccontare renda automaticamente più efficace la terapia. È che una cura quotidiana non può essere compresa completamente contando dosi, centimetri o punteggi globali. Quando la voce del bambino e quella del caregiver entrano stabilmente nel controllo clinico, il trattamento può essere osservato anche dal punto in cui viene realmente vissuto.

Riferimenti bibliografici

Corica, D., Lugarà, C., La Malfa, V., Pecoraro, M., Morabito, L. A., Pepe, G., Alibrandi, A., Aversa, T., & Wasniewska, M. G. (2026). Narrative medicine approach for assessing the emotional experience of children and adolescents treated with daily rhGH and their caregivers. Frontiers in Endocrinology, 17, 1654794. https://doi.org/10.3389/fendo.2026.1654794

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