Nicola Gardini e la trilogia di Nicolas: tra perdita, salute, dolore e parola
Introduzione
Il 29 gennaio 2026, nell’ambito dei WEB-I-NARR della SIMeN, si è tenuta la presentazione dell’ultimo libro di Nicola Gardini, Eco in una casa vuota. L’evento, introdotto dal presidente Marco Testa e condotto da Raffaella Pajalich, ha visto un’appassionata partecipazione di pubblico e relatori. La serata si è sviluppata attraverso una introduzione di Massimiliano Marinelli, arricchita dalle toccanti letture di Mario Cerati — che ha dato voce a brani scelti con intensità teatrale — e culminata nella presentazione vera e propria da parte dell’autore.
Di seguito riassumiamo i principali temi toccati durante l’incontro, invitando alla lettura delle opere di Gardini: testi che non sono solo letteratura, ma definiscono una vera e propria postura narrativa ed etica nei confronti della vulnerabilità umana. La registrazione integrale dell’evento è presente nel nostro canale YOUTUBE . In basso troverete il link.
1. L’antefatto: la cultura come sistema immunitario
Per comprendere l’architettura di Eco in una casa vuota, è necessario guardare alle radici del pensiero di Gardini. Come ricordato da Marinelli, il terreno viene preparato già nel 2006 con la traduzione del saggio Sulla malattia di Virginia Woolf, dove si teorizza il malato come esploratore di territori ignoti al linguaggio ordinario.
Questa intuizione matura nel romanzo La vita non vissuta (2015). Il protagonista, Valerio, professore di lettere classiche, incarna la visione gardiniana della letteratura antica (Virgilio, Orazio) come vero “sistema immunitario della cultura”. Qui l’HIV non è ancora malattia conclamata ma una “promessa di malattia”. La letteratura nel romanzo interviene per puntellare l’identità minacciata, fungendo da barriera contro la dissoluzione del sé: è il primo confronto filosofico tra l’esistenza potenziale e l’irrimediabile.
2. La rottura del 2020: “Nicolas” e la conservazione del nome
Il gennaio 2020 segna lo spartiacque definitivo con la morte di Nicolas, compagno di vita dell’autore. Questo evento estremo diventa la condizione di possibilità per una scrittura che sfida il silenzio e la morte stessa. Nel libro Nicolas (2022), Gardini assume il ruolo di “testimone informato e autorizzato“, compiendo un rito di presenza attraverso la parola.
- La restituzione delle parole (Reddere voces): La letteratura permette di restituire la voce a chi non c’è più. Scrivere non è un semplice atto di memoria — che rischia di confinare il defunto nel passato — ma un’operazione attiva in cui le parole del sopravvissuto diventano le parole del morto. È la garanzia che il Nome sopravviva al disfacimento della carne, richiamando il Vivam (“io vivrò”) delle Metamorfosi di Ovidio.
- L’invenzione della verità: Come ha sottolineato l’autore durante il webinar, per raggiungere la “vera realtà” della persona amata è paradossalmente necessario “inventare tutto”. La scrittura agisce come un Colossos (il sostituto del corpo nel rito funebre antico), rendendo il defunto nuovamente “allucinabile” e presente per il lettore.
- Una vita “così grande”: Il libro rifiuta la cronologia lineare per creare una tessitura di piani temporali in cui si alternano eventi recenti e passati. Inoltre, Nicolas viene raccontato mentre vive la vita fino in fondo, come nel viaggio alle Maldive compiuto un mese prima della fine, dove, pur stremato, continua a nuotare e a mangiare, sussurrando con un sorriso amaro: “Che fatica”. È l’immagine di un uomo che arriva “vivo alla morte”.
3. La teoria della “salute” come atto di volontà
L’immagine di Nicolas che progetta viaggi e studia musica fino all’ultimo istante costruisce il ponte verso il saggio Io sono salute (2023). Qui Gardini opera una distinzione fondamentale, separando nettamente due concetti spesso confusi:
- Sanità: Il mero fatto biologico, l’assenza di patologia, l’efficienza fisiologica (l’assenza di asterischi nelle analisi).
- Salute: Un progetto, un’intenzione, una “virtù” di stampo quasi machiavelliano. Gardini spiega che, come il politico virtuoso ricalcola i mezzi per raggiungere il fine in base alla fortuna, così l’individuo deve continuamente ricalcolare il proprio progetto di vita di fronte agli ostacoli.
Come afferma l’autore: “La salute ce la diamo via via”. Essa è un atto di volontà e di immaginazione accessibile anche al malato di una malattia allo stato terminale. Finché una persona mantiene la capacità di darsi un disegno, di esercitare una scelta (“Io sono salute”) e di non appiattirsi sulla diagnosi, essa possiede una sua salute, diversa da quella di ieri, ma autentica.
4. Il dolore, l’afasia e l’architettura della parola
L’ultimo tassello della trilogia, Eco in una casa vuota, affronta il limite estremo: il dolore fisico che potrebbe condurre sino all’afasia e al silenzio. Gardini distingue qui tra “dolore” (la sensazione fisica bruciante) e “sofferenza” (l’alterazione del senso del sé che ne deriva). Quando il dolore diventa indicibile (infandum), l’identità rischia di dissolversi.
- Dalla parola all’immagine: In questi momenti di vuoto, Gardini — che è anche pittore — confessa di ricorrere alle arti visive. Dove la parola fallisce, il disegno e la pittura (che non mancano nei suoi libri) intervengono per mappare il territorio della sofferenza, utilizzando la “stessa mano” che scrive. La scrittura del libro si è formata come una stalattite: un processo lento, goccia dopo goccia, dove l’esperienza si pietrifica in una forma cristallina e condivisibile.
- La responsabilità politica: L’interrogativo etico che attraversa l’opera è lacerante: “Con che diritto?” si parla del dolore altrui? La risposta risiede nella responsabilità civile verso “Il Doloroso” (termine che Gardini usa per definire chi soffre). Portare il dolore nello spazio del dicibile e del condiviso è un atto politico: il dolore altrui ci trasforma, ci migliora e ci obbliga a un impegno di ascolto totale.
5. la cura domiciliare
L’esperienza di Gardini come “care-giver” di Nicolas è preziosa perché ci mostra l’importanza vitale e la ricchezza per un un malato, specialmente in fase terminale di malattia, della cura domiciliare,
Si riportano i punti essenziali del suo pensiero al riguardo:
- La casa come difesa contro lo “sfratto” dell’identità Gardini sottolinea che per i malati è cruciale “stare a casa”. Il ricovero ospedaliero o l’allontanamento dal proprio ambiente generano un forte senso di “spossessamento” e addirittura di “sfratto”. La casa, al contrario, permette la sopravvivenza di una “temporalità del tutto privata” e di una familiarità che la malattia tende a cancellare. Anche qualora il ricovero sia inevitabile, l’autore suggerisce che l’ideale sarebbe riuscire a “ricreare la casa” anche all’interno dell’ospedale, affinché il paziente non perda il contatto con il proprio sé.
- La conservazione dei riti quotidiani La cura domiciliare permette di mantenere in vita i “riti” e una certa “quotidianità”, elementi essenziali per contrastare l’arrendevolezza che la malattia porta con sé. Nel caso specifico di Nicolas, la possibilità di restare a casa ha permesso di trasformare la quotidianità in una “rarefazione meravigliosa”. Nonostante la debolezza estrema che gli impediva di suonare il pianoforte, il fatto di essere a casa gli permetteva di mantenere intatta l’essenza della sua vita:
- Non andava mai a letto durante il giorno, rifiutando di assumere passivamente il ruolo del malato.
- Non si metteva mai il pigiama.
- Continuava a guardare le notizie in TV. Questi comportamenti, possibili solo in un ambiente domestico protetto, rappresentavano una resistenza vitale.
- La sovranità sul proprio spazio e tempo Un concetto chiave per Gardini è che il malato deve sentirsi ancora “padrone del suo spazio e del suo tempo”. L’autore esprime orrore per la tendenza a spostare i morenti in “posti del tutto impersonali”, privandoli del loro contesto proprio nel momento più delicato. Difendere lo spazio domestico significa difendere la persona.
- Il ruolo attivo del caregiver nella creazione della “felicità” La cura domiciliare richiede un impegno attivo da parte di chi assiste (il caregiver) per riempire quello spazio di vita. Gardini descrive il suo ruolo come quello di un “buon infermiere” che aveva un obiettivo preciso: dare felicità. Per contrastare la sofferenza, Gardini riempiva la casa di vita materiale: andava al mercato e faceva in modo che la casa “straripasse di frutta e di verdura”. Serviva colazione, pranzo e cena fino all’ultimo, anche quando l’appetito di Nicolas scemava, per mantenere la parvenza e la struttura della normalità (“come a casa”). Questo sforzo serve a dare al malato la certezza che “noi ci siamo” e che possono contare su una presenza stabile che custodisce il loro mondo.
6. Conclusione: la lezione per la medicina narrativa
Il percorso letterario di Gardini offre spunti preziosi per la pratica clinica, culminando nella figura della Dottoressa Cecilia. Presente in tutta la trilogia, Cecilia rappresenta il medico capace di guardare oltre la prognosi infausta. È lei che, sapendo che a Nicolas restava poco tempo, gli pone la domanda fondamentale: ***”Di cosa hai voglia oggi?”***.
Questa domanda restituisce al paziente la sovranità sulla propria storia, trasformandolo da moribondo a persona viva dotata di desideri. Per i soci SIMeN e per tutti i professionisti della cura, la lezione è chiara: il dolore attuale è sempre costituito da memorie dolorose precedenti. Non si può curare il “dolore” senza ascoltare la biografia del “Doloroso”. Il clinico deve farsi maieuta, aiutando il paziente a rinegoziare la propria salute attraverso il racconto, trasformando la “casa vuota” della malattia in uno spazio ancora abitato dal Nome e dalla relazione.
Massimiliano Marinelli.
Bibliografia minima dell’autore:
- Gardini, N. (Trad.). (2006). Sulla malattia [di Virginia Woolf]. Bollati Boringhieri.
- Gardini, N. (2015). La vita non vissuta. Feltrinelli.
- Gardini, N. (2022). Nicolas. Garzanti.
- Gardini, N. (2023). Io sono salute. Aboca Edizioni.
- Gardini, N. (2025). Eco in una casa vuota: Dire e ascoltare il dolore. Aboca Edizioni.
