WEB-I-NARR SIMeN: L’immagine che racconta: Fotografia come strumento di narrazione nella cura
Il 29 ottobre si è tenuto il primo attesissimo appuntamento del ciclo di webinar della Società Italiana di Medicina Narrativa (SIMeN), intitolato significativamente WEB-I-NARR, un logo scelto per sottolineare il privilegio della narrazione come elemento peculiare di questi incontri
[Prologo]. L’evento, condotto e moderato dal vicepresidente Mario Cerati, è stato inaugurato dal presidente Marco Testa, che ha accolto un pubblico numeroso (salito rapidamente da 65 a 91 partecipanti).
Un Percorso di Formazione Colloquiale e Trasversale
Marco Testa ha ricordato come questo nuovo percorso rappresenti una continuazione ideale dei precedenti “Dialoghi di Resistere,” che furono un’“aria fresca e importante” durante i lockdown pandemici. Dopo l’insediamento del nuovo direttivo, l’attivazione di questi webinar, che si spera diventino appuntamenti mensili, mira a offrire momenti di formazione “snelli e colloquiali”.
SIMeN intende affrontare temi molto trasversali, considerando la diversità di professionalità e interessi dei suoi soci. Tutti gli incontri prevedono la partecipazione di esperti esterni e un momento interattivo dove i discenti sono considerati “codocenti,” favorendo il dialogo e l’interazione. Il focus principale rimane la centralità della persona, vista attraverso la lente della Medicina Narrativa, definita dall’Istituto Superiore di Sanità come una metodologia clinico-assistenziale. I temi spazieranno dalla pratica clinica agli ambiti sociali, fino alle Medical Humanities.
Il Seme Rivoluzionario della Fotografia Sociale
L’incontro è stato un toccante omaggio a Gianni Berengo Gardin, figura di spicco della fotografia italiana, recentemente scomparso. Mario Cerati ha sottolineato come il lavoro di Gardin sul manicomio, in sostegno della Legge Basaglia, possa essere considerato il “primo seme conosciuto” di medical humanities e Medicina Narrativa, in grado di narrare la malattia con umanità.
La prima relatrice, Susanna Berengo Gardin (figlia, giornalista e curatrice dell’archivio), ha presentato l’intervento dal titolo “Fotografare l’essenza per muovere cuori e società”. Per Susanna è stata la prima volta a parlare pubblicamente del padre in un contesto simile.
Morire di Classe: Denuncia Militante e Empatia
La presentazione si è focalizzata sul libro seminale Morire di classe (1969), uno dei lavori più cari al fotografo. Il progetto nacque nel 1968, quando Carla Cerati invitò Gardin ad accompagnarla a Gorizia per fotografare Franco Basaglia, direttore dell’istituto psichiatrico. L’obiettivo di Basaglia era quello di mostrare la situazione dei manicomi per scuotere le coscienze e spingere alla riforma dell’istituzione.
Le fotografie, molte delle quali furono scattate con l’assenso dei pazienti a Gorizia, si concentrarono non sulla malattia, ma sulle condizioni in cui i malati erano tenuti. Il titolo stesso faceva riferimento al fatto che chi finiva in questi luoghi era per lo più privo di mezzi e diritti. Gardin documentò la cancellazione dell’identità (divise grigie e rasatura a zero degli uomini, un modo per togliere dignità).
Il momento più sconvolgente per i fotografi fu la visita (clandestina) al manicomio di Firenze, dove trovarono donne abbandonate in un cortile, legate o in camicia di forza. Susanna ha raccontato che Gardin considerava questo lavoro un “intento militante”. Nondimeno, la sua fotografia era caratterizzata da una profonda capacità di creare empatia con i soggetti, usando l’obiettivo non per nascondersi, ma per esaltare e condividere l’umano.
Il Ponte tra Vulnerabilità e Riscatto
La seconda ospite, Marilena Piscella (psicoterapeuta, facilitatrice SIMeN e attivista oncologica), ha avuto il compito di creare un ponte narrativo tra la documentazione sociale di Gardin e il racconto intimo successivo. Il suo intervento, “Gli scarti, i riscatti, gli scatti diventano un’azione visibile per il vulnerabile umano,” ha esplorato la dimensione ontologica della fragilità umana.
Piscella ha evidenziato come la fragilità, se elaborata, permetta “salti di coscienza”. Ha ripercorso esperienze di restituzione della memoria a pazienti psichiatrici, come il progetto di Ginangri sul manicomio di Como e Corrispondenze immaginarie a Volterra, che ha permesso di dare finalmente risposta a lettere censurate scritte dai pazienti 50-70 anni fa.
Ha introdotto il concetto di “parole visive” come strumenti di Medicina Narrativa per “restituire umanità, restituire empatia, di restituire storia” ai pazienti. Attraverso esercizi di associazione e collage fotografico, Piscella ha mostrato come si possa passare da “parole buie” e “parole piombo” a “parole ponte, luce” e infine a “parole oro” che nutrono e rigenerano.
Fragile: Quando l’Intimità Diventa Cura
La chiusura dell’evento è stata affidata a Ilaria Di Biagio (fotografa professionista e artista visiva), presentata da Marco Testa. Il suo progetto, “Fragile,” è nato dalla collaborazione con la sorella, Gioia Di Biagio, affetta da Sindrome di Ehlers-Danlos (EDS), una malattia rara e “invisibile”.
Il progetto, iniziato nel 2011, è stato un “escamotage” per le due sorelle, rimaste orfane molto giovani, di affrontare insieme la complessità della malattia. Ilaria ha scelto di allontanarsi dalla visione “fotogiornalistica” puramente esplicita, preferendo un linguaggio metaforico che, attraverso l’accumulo di piccole immagini, potesse esprimere come Gioia vive quotidianamente la sua condizione.
Il lavoro mirava a comprendere il dolore cronico che, come evidenziato dalla saggista Scherry, produce nuove forme di immaginazione, inclusa la metafora. La forte collaborazione con Gioia, che spesso proponeva gli scatti, ha reso il progetto essenziale per la loro sorellanza.
L’impatto del progetto è stato significativo: oltre ad essere stato pubblicato internazionalmente, ha portato Gioia a diventare testimonial per Telethon e a scrivere il libro Come oro nelle crepe. Questo titolo è ispirato al Kintsugi, l’arte giapponese di riparare la ceramica con l’oro, che Gioia stessa utilizza in laboratori per aiutare le persone a ricomporre i propri pezzi di vita.
Un momento emozionante è stato il racconto di Gioia stessa: il progetto ha contribuito a sensibilizzare la classe medica, migliorando l’approccio all’EDS. Inoltre, il coraggio di esporsi ha avuto un impatto globale, spingendo una ragazza argentina a vincere la vergogna delle proprie cicatrici e a indossare per la prima volta una minigonna.
La Fotografia come Agente di Cura
Le riflessioni finali hanno toccato il tema della agentività del paziente (la capacità del paziente di agire e decidere). Marilena Piscella ha sottolineato come la fotografia, quando usata con empatia e rispetto (come nell’autoritratto o nella co-creazione), restituisca tale agentività al soggetto.
È stata ribadita l’importanza della fotografia come vera e propria forma di cura. La visione di un’immagine è in grado di attivare meccanismi neurofisiologici che possono aiutare i percorsi di guarigione, aumentando la consapevolezza e diminuendo la paura legata alla “fantasia di malattia”. L’attenzione e la cura richieste dalla fotografia analogica (preferita da Gardin e Ilaria Di Biagio) rispecchiano metaforicamente la cura necessaria nell’umanizzazione del percorso sanitario.
L’evento ha confermato come la Medicina Narrativa si avvalga di ogni forma di racconto, visivo o scritto, per connettere il bisogno di cura con la dimensione più profonda dell’umano.
Prossimo Appuntamento
Il ciclo WEB-I-NARR proseguirà mercoledì 26 novembre alle ore 18:00, con il tema “Salute, marginalità sociale, accogliere e già curare”.
Visualizza la brochure al seguente link.
GIANNI BERENGO GARDIN E LA SIMeN
di Mario Cerati.
Quando si ha la fortuna di incrociare certi personaggi non si sa bene come comportarsi. Ma i veri grandi personaggi in questo ti aiutano e Gianni Berengo Gardin lo era. La sua sincera immediatezza, la propensione all’ascolto, lo sguardo che aveva lampi ora divertiti, ora di grande concentrazione, come quando ricordava, hanno reso subito facile la relazione con lui.
Non gli dava fastidio parlare di se stesso e del suo lavoro, ma quando ho accennato alla medicina narrativa e a cosa si muoveva intorno è stato subito sinceramente interessato e colpito.
E nel momento in cui, parlando di umanizzazione della medicina, ho fatto riferimento a come un pilastro di questa sia stato il suo lavoro sui manicomi, quasi si è sorpreso. Credo che ampia fossa la sua consapevolezza sulla portata sociale del libro/reportage costruito insieme a Carla Cerati (no, non è mia parente, purtroppo), ma forse non aveva ma preso in considerazione quel lavoro come antesignano del tipo di sguardo che tutto il mondo medico, non solo quello dei malati di mente, dovrebbe avere nei confronti della malattia e dei malati.
Quando ho avuto il coraggio di proporgli di centrare uno dei nostri incontri su di lui e sul potere che la fotografia poteva avere sui percorsi di cura, ha subito accettato entusiasta.
E quest’estate, stavo proprio scrivendo a lui e a sua figlia Susanna, curatrice del suo archivio, una mail per annunciare gli altri relatori e cominciare a scendere nei particolari, quando è arrivata la notizia.
La grande tristezza che ci ha preso non è solo per non aver avuto il tempo di poter accedere a un Maestro illuminante. Quando si perdono persone che sanno farci vedere la realtà intorno a noi risvegliando i nostri sensi e le nostre coscienze, soprattutto in questo difficile periodo, diventiamo tutti un poco più poveri. E la scomparsa del grande Gianni Berengo Gardin, anche in questo senso, lascia un vuoto grande. Ma certamente le sue fotografie rimangono ad accompagnare la parte buona di noi, sollecitandola a mostrarsi.
E non si può che essere pieni di gratitudine per la Figlia Susanna, che malgrado il dolore della perdita, ha acconsentito a portarci nel percorso fatto da Papà, per aiutarci, come nessun altro potrebbe, ad entrare nel suo mondo….che poi è un po’ il mondo di tutti.
