In primo piano: esperienze ed opinioni. Questa sezione apre un dialogo con professionisti impegnati nel sistema delle cure, con un’attenzione speciale alla medicina narrativa. Esploreremo anche l’etica della cura, le medical humanities e la comunicazione, per offrire una visione articolata e completa della sanità.
La mia carriera è iniziata nel mondo della moda, dove ho lavorato come buyer per l’esportazione del Made in Italy. Viaggiavo spesso immersa nel dinamismo di mercati internazionali e nell’analisi delle tendenze globali. In questo ambiente competitivo, ho affinato le mie competenze in identità aziendale, analisi di mercato e individuazione dei target di riferimento, apprendendo l’arte di raccontare storie attraverso i prodotti e le strategie di brand.
Parallelamente la mia formazione filosofica e accademica nelle neuroscienze, mi spingeva ad analizzare quel mondo andando oltre le logiche del mercato.
Ho sempre considerato le storie uno strumento potente per la cura e la crescita personale; così mi sono avvicinata alla Medicina Narrativa, una disciplina che mi ha permesso di esplorare il legame tra narrazione e benessere. Sono membro del Centro Studi SIMeN (Società Italiana di Medicina Narrativa) e facilitatrice
avanzata di laboratori di Medicina Narrativa. Ho sviluppato percorsi, approvati dall’Istituto Superiore di Sanità (progetto LIMENAR), che integrano la narrazione con tecniche di consapevolezza e ascolto e, grazie alle mie diverse esperienze di vita ho potuto applicare queste metodologie per migliorare la comunicazione e l’interfunzionalità sia in contesti aziendali sia sanitari.
Il mio lavoro ora si concentra sulla creazione di spazi di riflessione e cambiamento, tanto per le persone come per le organizzazioni. Utilizzo l’inaspettato e il cambiamento come leve per generare nuove opportunità e mi avvalgo dell’analisi dei sistemi e del contesto per permettere azioni concrete e mirate.
Attraverso la narrazione e l’ascolto, aiuto le persone a cogliere l’unicità della propria storia, contribuendo a creare valore per il gruppo e favorendo il benessere collettivo.
Intervista a Danila Zuffetti per il blog SIMeN, 29 Luglio 2025
- Danila, la tua esperienza e il tuo modello significativi nell’ambito delle cure palliative sono accolti con interesse in Italia e all’estero. Potresti raccontarci come è nata questa tua profonda vocazione e cosa ti ha spinta a dedicarti con tanta passione a un campo così delicato e spesso messo in ombra?
Spesso si pensa che l’interesse per le cure palliative, per la malattia e per la morte nasca da esperienze personali dolorose, in realtà, come tutti, ho attraversato situazioni difficili ma nulla di traumatico o determinante. Fin da bambina, però, ho sempre avuto un’attrazione profonda per il tema della morte e per tutto ciò che la circonda: le sue determinanti sociali, biografiche, simboliche. La stessa cosa vale per la narrazione e per il valore delle relazioni umane: ci ho sempre creduto. Proprio lavorando a contatto con pazienti affetti da patologie croniche o in cure palliative, ho colto il bisogno profondo di essere ascoltati, di raccontarsi in modo libero ma strutturato; sembra un ossimoro ma non lo è. Da lì è nata l’idea di sviluppare un progetto narrativo capace di accogliere e valorizzare queste narrazioni e di dare vita a un progetto che oggi ha assunto rilevanza internazionale ed è diventato un modello. Credo che stare davvero al fianco delle persone nei loro percorsi di vulnerabilità e, talvolta, di morte, sia il modo più autentico per unire passione ed esperienza e offrire risposte adeguate, anche all’équipe di cura. La spinta che mi guida ogni giorno nasce dalla convinzione profonda che compassione, reciprocità, ascolto e onestà possano davvero migliorare la qualità della vita degli altri e, di riflesso, anche la nostra. E credo sia fondamentale diffondere la cultura delle cure palliative in tutti gli ambiti, non solo alla fine della vita ma in ogni fase in cui la fragilità si affaccia.
- Il NaMPaC Model® (Narrative Medicine and Palliative Care Model) è una tua creazione innovativa che integra la medicina narrativa nelle cure palliative. Quali sono stati i pilastri concettuali e le esperienze pratiche che ti hanno portata a sviluppare questo modello e quali risultati concreti sta già osservando nella sua applicazione?
La mia esperienza nasce in ambito educativo e pedagogico, inizialmente nel settore della tossicodipendenza, che ha in comune con le cure palliative diversi elementi: le patologie complesse e croniche, la fragilità, la qualità della vita compromessa e soprattutto la necessità di una presa in carico globale e personalizzata. Questi concetti – la centralità della persona e la cura integrale – sono stati da sempre i pilastri del mio percorso formativo e professionale. Lavorando poi con persone affette da demenze, malattie degenerative e nella cronicità dell’anzianità, ho potuto approfondire e arricchire il mio bagaglio. Già nel 2015, mi sono resa conto che le cure palliative non riguardavano solo il fine vita ma potevano offrire un approccio valido in molteplici contesti di cura, non solo a livello clinico ma anche relazionale, psicologico, sociale, spirituale e dunque anche narrativo. Non si tratta semplicemente di “far narrare” perché la narrazione è parte integrante della natura umana. Si tratta, piuttosto, di applicare una metodologia clinico-assistenziale quale è la medicina narrativa. Il NaMPaC Model® nasce proprio da questa visione. Si fonda sui pilastri delle cure palliative, a partire dal concetto di “dolore globale” di Cicely Saunders e dalla “cura totale” che ne consegue e integra i contributi fondamentali del prof. Eduardo Bruera – mio mentore e riferimento scientifico – con quelli della prof.ssa Rita Charon, pioniera della medicina narrativa. Ho cercato di unire queste due discipline in modo coerente, per offrire un modello che fosse al tempo stesso globale e personalizzato, attento all’unicità della persona e capace di costruire percorsi di cura narrativi, dignitosi e integrati. Non si può improvvisare un intervento narrativo in cure palliative: si ha a che fare con la vita delle persone, e le parole – come le azioni – possono aprire ferite profonde se non vengono usate con consapevolezza e competenza. È per questo che ho strutturato nel tempo un ruolo professionale specifico. Sono molteplici i dati raccolti dal 2015 ad oggi, attraverso esperienze con pazienti affetti da patologie rare, degenerative, oncologiche, spesso con aspettative di vita molto variabili ma anche in fase avanzata o terminale e in collaborazione con oncologi, palliativisti, geriatri e altri specialisti con cui ho lavorato. I risultati sono concreti e osservabili: quando la medicina narrativa viene applicata in modo continuativo, competente e integrato nella cura, si rileva una riduzione dell’ansia e dello stress, una migliore alleanza terapeutica, una maggiore compliance, una diminuzione del dolore globale e un aumento della consapevolezza e del senso di pienezza nella cura – sia per il paziente che per l’équipe.
- La Caring Community di Lodi è un esempio virtuoso e strutturato di rete e supporto alle cure palliative in un’ottica di Salute Pubblica. Puoi spiegare di cosa si tratta e quali sfide iniziali hai dovuto affrontare per far nascere e crescere questa realtà? Quale ritieni sia il segreto della tua efficacia nel tessere legami tanto forti e significativi?
La Caring Community di Lodi, di cui sono direttrice, non è semplicemente una rete di solidarietà è un vero e proprio programma cittadino strutturato, con specificità e peculiarità che attraversano tutti gli ambiti della vita delle persone: clinico, sociale, educativo, relazionale, culturale, spirituale, formativo e legato al benessere. Lodi è uno dei primi due esempi italiani di Caring Communities (l’altro è Reggio Emilia) ed è già riconosciuta a livello internazionale. Il programma parte dall’approccio e dalla filosofia delle cure palliative e dal presupposto fondamentale che nessuno debba essere lasciato solo nell’affrontare situazioni di vulnerabilità, malattia, morte o perdita – e con “perdita” intendo anche la perdita di autonomia, di legami, di socialità – in tutte le fasi della vita. Il nostro obiettivo è costruire una rete formale e informale, composta da enti, istituzioni, associazioni, scuole, società scientifiche, società sportive e cittadini, capace non solo di rispondere ai bisogni emergenti ma anche di generare cultura, impatto sociale, vicinanza e scambio. Si parla di salute pubblica, costruzione di contesti di cura, partecipazione collettiva e responsabilità condivisa nel prendersi cura delle fragilità umane in ogni fase della vita. Il programma ha due anni di vita e sta crescendo rapidamente proprio per l’impatto positivo e tangibile sulla comunità. Come in tutte le Caring Communities esiste un organismo centrale che coordina, rileva i bisogni, valuta, attua e guida lo sviluppo del programma. Si tratta di un lavoro che richiede competenze trasversali e la capacità di integrare ambiti diversi come la salute, l’educazione, l’urbanistica, la cultura. L’idea di “cura” si estende allo spazio urbano, alla qualità delle relazioni e alla possibilità di costruire un contesto che aiuti tutti noi a vivere meglio e a ridurre disuguaglianze. Ad esempio, vivere una malattia in un contesto di solitudine o povertà aumenta la possibilità di sviluppare comorbidità e disturbi legati alla salute mentale. È esattamente ciò che cerchiamo di prevenire. Un altro esempio concreto è il lavoro con le scuole e gli oratori dove, attraverso laboratori specifici, affrontiamo tematiche complesse come la perdita e la malattia, generando un impatto significativo: sono emerse situazioni delicate e importanti di cui nessuno era a conoscenza e i ragazzi hanno trovato uno spazio sicuro per esprimersi. Tutto questo è possibile grazie a strumenti e approcci che includono anche quello della medicina narrativa e le medical humanities applicate a livello comunitario, in un processo che parte dal basso. Un’innovazione importante è l’integrazione del NaMPaC Model® all’interno dei servizi del Comune di Lodi, in particolare del servizio sociale. Questo ha permesso, ad esempio, di intercettare precocemente pazienti che avevano bisogno di cure palliative o supporto sociale: una donna con malattie croniche e con un dolore non controllato è stata indirizzata all’ambulatorio di cure palliative, una ragazza ha ricevuto aiuto concreto per affrontare la malattia di un genitore, un’altra donna ha ricominciato a vivere la vita sociale dopo il lutto della figlia e molte altre situazioni sono emerse grazie a questo approccio integrato. Naturalmente, ci sono sfide. La prima, e forse più cruciale, è quella di individuare professionisti realmente competenti in materia, che conoscano a fondo le tematiche e il contesto e che siano in grado di indirizzare, attuare, coordinare e far crescere il programma in modo concreto e coerente. A questa si aggiungono la necessità di garantire continuità nel lavoro e l’accesso ai fondi. Ma una delle sfide più grandi che ho affrontato personalmente è stata far comprendere il valore del progetto, la sua portata cittadina e il fatto che non entra in conflitto con le realtà associative già esistenti – anzi, le valorizza, le integra e crea sinergie durature. Per quanto riguarda il “segreto” della mia capacità di tessere legami forti, anche a livello internazionale, credo sia questo: non ho mai cercato relazioni a scopo personale o di visibilità; ho scelto di camminare con serietà e coerenza, con studio, rispetto, onestà professionale ed etica. Ho imparato a “sporcarmi le mani” e a circondarmi di persone oneste: questo fa la differenza e permette di costruire qualcosa che duri nel tempo.
- Il tuo lavoro è intrinsecamente multidisciplinare. Come riesci a creare un ponte efficace tra le diverse professionalità – mediche, infermieristiche, psicologiche, sociali e volontarie – garantendo una sinergia che mette sempre al centro la persona e la sua storia?
Nel mio ambito ricopro diversi ruoli – dalla progettazione e direzione di programmi comunitari, alla formazione, fino all’attività clinica diretta. In particolare nel NaMPaC Model®, l’interdisciplinarietà non è solo un valore aggiunto ma una condizione essenziale per garantire una cura realmente globale e personalizzata. La struttura prevede un’integrazione profonda tra medicina narrativa e le diverse discipline coinvolte nei percorsi di cura: mediche, infermieristiche, psicologiche, sociali, spirituali, educative. È inevitabile che ci sia una stretta correlazione tra ciò che emerge dall’incontro con la persona e le diverse aree del sapere e del fare. Il lavoro narrativo è continuo e costante, spesso si sviluppa nel tempo e proprio per questo permette di intercettare bisogni differenti, mutevoli, spesso impliciti. Per rispondere a questi bisogni, occorre un raccordo autentico con l’équipe e la capacità di attivare interventi mirati, specifici e flessibili. Le persone si narrano nel tempo (a volte limitato, in presenza di prognosi infauste o in fine vita) e in quel tempo i bisogni cambiano, per coglierli serve una grande competenza e conoscenza sia della medicina narrativa, sia dei contesti clinici e psicosociali in cui si lavora. Solo così si può riconoscere un bisogno a partire da una singola parola detta o scegliere la parola giusta da usare, nel momento giusto, affinché la persona possa narrarsi in modo autentico e libero ma strutturato, senza sentirsi incasellata in una categoria. Questo è uno degli aspetti più efficaci: le persone capiscono che non si tratta di una semplice chiacchierata ma di un intervento narrativo fondato, preciso, condotto da professionisti formati, che può leggere e tradurre bisogni, volontà e desideri e fare da raccordo con le altre competenze. Fondamentale è anche il lavoro di sinergia costante con medici di varie specializzazioni, infermieri, OSS, psicologi, assistenti sociali, spirituali e volontari, anche sul territorio. Una collaborazione strutturata: ognuno porta il proprio contributo; il mio è quello legato alla medicina narrativa, che non solo ascolta ma trasforma le narrazioni in cura. Un altro elemento centrale è la formazione: un momento importante per costruire un linguaggio comune tra le professioni ma anche per far emergere e valorizzare ogni ruolo all’interno di una narrazione collettiva costruita a più voci; da anni, infatti, mi occupo anche di formare professionisti sanitari e sociosanitari, in Italia e all’estero.
- Le cure palliative spesso richiedono un approccio multimodale, che va oltre la semplice gestione del dolore fisico. Quali strategie e strumenti narrativi utilizzi per esplorare e accogliere le dimensioni emotive, spirituali e sociali del paziente e dei suoi familiari, e come la narrazione diventa strumento di cura in questo contesto?
La mia strategia è quella di essere autentica con i pazienti, di cercare di vedere l’anima dell’altro e di fare emergere un po’ della mia. Questo, almeno, è ciò che mi rimandano i pazienti o le persone che seguo nei laboratori. Credo che il primo modo per riuscire a far narrare persone che risultano ostiche ad altre discipline o che appaiono poco complianti sia proprio questo: creare una connessione profonda, reale. Il resto è tecnica, metodo e competenza. Prima viene il legame, poi viene tutto il resto. Il NaMPaC Model® prevede delle fasi di applicazione in cui sia gli strumenti narrativi sia quelli palliativi vengono utilizzati in modo mirato, in base al contesto e alla fase della malattia in cui si trova la persona o in risposta a una necessità specifica. Questo significa che non esiste uno strumento universale valido per tutti: ogni situazione, ogni persona, ogni storia richiede un ascolto attento, una valutazione delle risorse e dei limiti, e la capacità di adattare gli strumenti in modo etico e rispettoso. Sarebbe profondamente riduttivo – e talvolta dannoso – pensare che la narrazione scritta, ad esempio, possa essere proposta a chiunque. Ci sono pazienti con compromissioni importanti, fragilità o semplicemente modalità espressive differenti che richiedono altre strade. Allo stesso modo, ci sono pazienti per i quali alcune forme di Medical Humanities, come la lettura condivisa, la poesia o la fotografia, non sono inizialmente adatte mentre in altri casi, con il giusto tempo e ascolto, si arriva a un punto in cui capisci che è il momento giusto per introdurre uno strumento narrativo che può far emergere qualcosa di profondo, utile per l’alleanza terapeutica o per accompagnare un passaggio delicato del percorso. Nei contesti oncologici o in quelli legati alle malattie rare, ad esempio, alcune forme di Medical Humanities diventano una vera e propria chiave di apertura, che consente poi di introdurre altre modalità narrative in maniera graduale e coerente. La mia esperienza mi ha portato a osservare che ogni strumento va scelto non solo in base al proprio valore teorico ma alla storia unica della persona, alla fase che sta attraversando, e alle sue capacità emotive, cognitive e relazionali. Questo per non creare fratture o ulteriori fatiche ma per offrire davvero uno spazio sicuro, accessibile e trasformativo. Inoltre lavorare con gli strumenti narrativi in équipe, in modo costante, aiuta ad affrontare aspetti profondi e spesso nascosti di alcune situazioni complesse, soprattutto dove ci sono fatiche comunicative o conflitti familiari. L’approccio globale alla persona consente di non agire in modo rigido o prestabilito, ma adattarsi con cura al contesto, al paziente ed ai suoi familiari.
- In un campo così impegnativo e talvolta doloroso come il tuo, è fondamentale trovare il modo di ricaricarsi e mantenere un equilibrio. C’è un “ingrediente segreto” o un rituale, magari non convenzionale, che ti aiuta a gestire le fatiche emotive e a mantenere la tua straordinaria energia?
La medicina narrativa è stata negli anni una vera forma di autocura: non solo uno strumento clinico ma anche un modo per dare voce alle emozioni che vivo quotidianamente a contatto con la sofferenza. Il confronto con colleghi e colleghe che lavorano con la medicina narrativa in altri ambiti, con cui è nata una rete di condivisione autentica, è stato fondamentale per riconoscere e attraversare i vissuti emotivi, prima come persona e poi come professionista. Se dovessi scegliere un rito che sento mio, direi senz’altro il bagno caldo con una candela accesa. Dopo giornate intense, è un momento in cui mi concedo silenzio e raccoglimento: l’acqua diventa una sorta di purificazione, che mi aiuta a lasciare andare il dolore degli altri senza dimenticarlo, mentre la luce della candela rappresenta la bellezza e l’intimità racchiusa nelle parole che le persone mi hanno donato. È un piccolo rituale, una specie di meditazione in acqua che mi riconnette a me stessa. Di nuovo torna la luce. Per me la luce è elemento ricorrente. Camminare nella natura è un altro gesto semplice ma potente che mi ricarica profondamente. E infine, credo che dopo tanti anni in questo lavoro, sia indispensabile essere strutturati interiormente: quella struttura nasce dall’esperienza sul campo ma anche da un lungo percorso di consapevolezza e cura di sé.
- Se dovessi descrivere il tuo lavoro con una metafora, quale sceglieresti e perché?
Sceglierei la radura. La radura è quello spazio aperto, inaspettato, che si apre nel cuore del bosco, tra ombre fitte e sentieri incerti. È il luogo dove, dopo il buio, si intravede la luce. Il mio lavoro consiste proprio nello stare lì, accanto alla persona, nella sofferenza, nella malattia, nel limite, anche quando si tratta di fine vita o di condizioni cronico-degenerative che alterano profondamente l’esistenza. La luce, però, non si impone, si riscopre e il mio strumento per farlo è la narrazione. In questo senso, il mio lavoro è come accompagnare qualcuno nella costruzione della propria radura: uno spazio interiore in cui, grazie all’ascolto, alla presenza e alla cura, può ritrovare luce dove prima vedeva solo oscurità e ricostruire la propria qualità di vita anche dentro la fragilità. La radura è, per me, la più profonda metafora del mio modo di prendermi cura.
- Ogni persona che incontriamo ci lascia qualcosa. C’è un/a paziente, o una famiglia, la cui storia ti ha lasciato un’impronta indelebile e ha influenzato profondamente la tua visione delle cure o la tua crescita professionale?
Ricordo con affetto uno dei miei primi pazienti presi in carico in hospice, e con lui è iniziato un lungo percorso di medicina narrativa che si è poi esteso alla moglie. Questo paziente non era molto incline ad allontanarsi da casa, né a separarsi dai suoi oggetti personali ma la situazione familiare non consentiva l’assistenza domiciliare. Ricordo ore e ore trascorse insieme, affrontando attraverso la narrazione i suoi bisogni più profondi. Più si narrava, più cresceva il legame con l’équipe. Ha costruito presepi in hospice, dipinto con l’arteterapeuta, cantato durante le feste organizzate, e soprattutto ha raccontato in modo lucido e consapevole la propria morte imminente. Disse: “Sono stato fortunato a trovare voi. A poter narrare. Perché ci sono tanti modi per morire, io sono fortunato!”. Quelle parole hanno segnato una tappa importante della mia crescita professionale: mi hanno fatto sentire sulla strada giusta. Pochi mesi dopo ho seguito un paziente affetto da un tumore testa-collo. Viveva una profonda vergogna per il proprio aspetto e l’odore, e rifiutava qualsiasi contatto. Giorno dopo giorno, per tre mesi, è avvenuta una lenta apertura, fino a quando, si convinse a partecipare a una festa in reparto e mi narrò queste parole: “È stata una festa che è entrata dentro di me. Se la bellezza di questa festa, se la gioia e il senso di compagnia, la mancanza di vergogna possono essere paragonate al paradiso, allora vale proprio la pena di desiderare il paradiso, di andare tutti in paradiso. Oggi sono felice.”
- Nelle cure palliative, ogni storia è un insegnamento. Ci potresti raccontare un caso in cui un approccio narrativo specifico ha fatto una differenza inaspettata, rivelando una risorsa o una prospettiva che altrimenti sarebbe rimasta nascosta, trasformando un momento di difficoltà in un’occasione di crescita sia per il/la paziente che per l’equipe?
Una giovane ragazza preadolescente con una diagnosi di leucemia, sottoposta a trapianto e terapie intense. Quando ci siamo conosciute era chiusa in un silenzio totale, quasi impermeabile al mondo. Le sue prime parole verso di me furono: “Io non sono capace di parlare; quindi, non so se riuscirò a narrare”. Da quel momento è iniziato il nostro percorso, uno spazio dedicato e intimo, che già dal secondo colloquio è durato un’ora. Progressivamente, ha iniziato a narrare aspetti di sé clinici, emotivi, relazionali e sociali che erano rimasti inaccessibili fino ad allora. La sua narrazione non solo l’ha aiutata a trovare una voce e una prospettiva interna nuova ma è stata determinante anche per l’équipe e per la famiglia. In particolare, in alcune sue narrazioni ho colto segnali di una difficoltà respiratoria in peggioramento. L’ascolto profondo e la conoscenza del suo corpo e del suo modo di narrarsi mi hanno permesso di cogliere un peggioramento clinico legato alla dispnea. Ho riportato subito all’équipe questo cambiamento e il sospetto si è rivelato fondato: era in corso un’importante complicanza polmonare. Per questo è fondamentale riconoscere il valore di tutte le figure professionali, anche quelle non standard (come ci insegnano gli altri paesi del mondo) e il valore dell’equipe interdisciplinare. Quel momento è stato decisivo. Senza il percorso narrativo al domicilio, quella criticità sarebbe potuta emergere troppo tardi. Oggi quella ragazza ha 14 anni e mezzo, e insieme stiamo portando avanti un progetto di medicina narrativa che riguarda direttamente la sua esperienza. È diventata non solo protagonista della propria storia di cura ma anche di un percorso che potrà aiutare altre persone.
- Guardando al futuro, quali sono i prossimi passi per il NAMPAC Model® e la Caring Community di Lodi? Ci sono nuove sfide o progetti che intendi intraprendere per ampliare ulteriormente l’impatto della medicina narrativa nelle cure palliative?
Il futuro del NaMPaC Model® è già in cammino, con diverse progettualità attive che si sviluppano su più livelli: formativo, clinico e comunitario. Da un lato, continuerò a introdurre e applicare l’approccio del modello in contesti fondamentali come le RSA, i reparti oncologici, i servizi domiciliari, le strutture per persone con disabilità, e quindi nei contesti di cure palliative in senso ampio. Il lavoro che sto portando avanti non si limita all’ambito locale o nazionale: negli ultimi anni ho avuto l’opportunità di collaborare con realtà internazionali che hanno accolto con entusiasmo questo modello, riconoscendone il valore e l’innovazione. Portare la medicina narrativa in luoghi dove è ancora poco conosciuta significa contribuire concretamente a migliorare la qualità della vita delle persone e offrire strumenti nuovi ai professionisti della cura. Per quanto riguarda la Caring Community di Lodi, programma cittadino innovativo e trasversale, il nostro obiettivo è quello di consolidare e ampliare sempre più questa rete di cura e prossimità. La Caring Community attraversa tutte le fasi della vita, dai bambini agli anziani, e coinvolge scuole, ospedali, associazioni, istituzioni e cittadini. Stiamo già lavorando per estendere il programma ad altri territori, creando alleanze con nuove città e comunità. L’invito è aperto: aderire, sostenere, partecipare significa costruire insieme un contesto sociale più umano, compassionevole e attento alle fragilità. La sfida più grande, oggi, è proprio quella di far crescere una cultura della cura diffusa, in cui ognuno si senta parte attiva di un cambiamento concreto.

Danila Zuffetti
è fondatrice del NaMPaC Model® – Narrative Medicine in Palliative Care, il primo modello strutturato di medicina narrativa specificamente ideato per l’ambito delle cure palliative, della cronicità e dell’oncologia. Da oltre dieci anni lavora nella pratica clinica utilizzando la medicina narrativa come approccio costante e integrato nei percorsi di cura, collaborando con numerose realtà pubbliche e private, sia in Italia che all’estero.
È direttrice del programma Lodi Caring Community, riconosciuto come uno dei primi esempi italiani di città compassionevole e apprezzato anche a livello internazionale. In questo ruolo coordina un’ampia rete cittadina che promuove la cultura della cura, del supporto alle fragilità e della costruzione di legami comunitari.
Parallelamente all’attività clinica, Danila si dedica da anni alla formazione: è responsabile scientifica del primo corso italiano dedicato alla medicina narrativa nelle cure palliative, nella cronicità e nell’oncologia, realizzato in collaborazione con LILT Milano. Conduce regolarmente corsi, workshop e laboratori nell’ambito delle Medical Humanities e della medicina narrativa, con particolare attenzione alla cura di sé, all’ascolto profondo e alla consapevolezza.
A livello internazionale ha partecipato come relatrice a numerosi convegni di rilievo, tra cui il primo Congresso di Cure Palliative degli Emirati Arabi Uniti (in qualità di unica relatrice italiana), conferenze in Svizzera, Finlandia, India, Colombia e Argentina. Di recente a Buenos Aires ha tenuto lezioni universitarie, seminari e presentazioni del NaMPaC Model® in ospedali, hospice e contesti educativi.
Ha ottenuto la certificazione di “Consultant in Global Evaluation and Monitoring of
Palliative Care Development at the National Level: Concepts, Methods and Practices based on the WHO Approach” conseguito presso l’Università di Navarra a Pamplona, contribuendo, per l’Italia, all’Atlas of Palliative Care in the European Region 2025.
Ha visitato molti hospice nel mondo, presentando il suo modello, con particolare attenzione alle realtà nordiche e londinesi, per studiare e confrontare modelli di cura in ambito palliativo e cronico. In Italia ha collaborato con diversi centri di riferimento in cure palliative, cronicità e oncologia, costruendo sinergie con professionisti e istituzioni.
È inoltre facilitatrice certificata SIMeN (Società Italiana di Medicina Narrativa), contribuendo attivamente alla diffusione di una medicina più umana, personalizzata e basata sulla narrazione come strumento di cura, trasformazione e integrazione tra discipline.


intervista molto interessante,utile,formativa ,da leggere e tenere in mente,come uno studio.grazie .