In primo piano: esperienze ed opinioni. Questa sezione apre un dialogo con professionisti impegnati nel sistema delle cure, con un’attenzione speciale alla medicina narrativa. Esploreremo anche l’etica della cura, le medical humanities e la comunicazione, per offrire una visione articolata e completa della sanità.
In dialogo con Filippo Anelli, presidente FNOMCeO
Intervista di Michela Fedrizzi
Ho il piacere di incontrare il dott. Filippo Anelli, Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, ci conosciamo da anni per lavoro ma non nell’ambito della Medicina Narrativa… Sono desiderosa quindi di sentire il suo pensiero rispetto a quanto è per noi in SIMeN un impegno e un grande progetto.
Gentile Presidente, Ti ringrazio per questo momento di confronto sul mondo della cura, hai una lunga esperienza innanzitutto di medico, dal 2012 Presidente dell’Ordine dei Medici di Bari e dal 2018 eletto Presidente della Federazione Nazionale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri.
Vorrei condividere i temi emergenti connessi alla relazione medico paziente, che include tutti i soggetti impegnati nella cura, prima però una domanda introduttiva per inquadrare, in poche battute, il contesto attuale, Ti chiedo una mappa: quali sono, secondo la tua visione, le sfide e i limiti più urgenti che contraddistinguono l’ambito del curare oggi?
Presidente Anelli: Ritengo che noi siamo in una fase di passaggio legato all’evoluzione della scienza medica. Come sempre, i periodi di transizione creano anche un po’ di scossoni. In realtà quando noi abbiamo iniziato a fare medicina, dopo la laurea, abbiamo impostato l’attività professionale provando a capire il sentire del paziente e quali problemi avvertisse. Abbiamo vissuto la fase di transizione dalla medicina paternalistica all’alleanza cosiddetta terapeutica, ma soprattutto il nostro obiettivo era quello di fare diagnosi di una malattia e per fare diagnosi di una malattia bisognava interagire con il paziente. Oggi, si può dire che questo assunto è cambiato in quanto i futuri medici non faranno più diagnosi di una malattia, di un sintomo, ma faranno diagnosi invece di una modifica sostanziale di quelle che sono o le alterazioni genetiche o i meccanismi patogenetici di alcuni processi, studiando i quali si andrà sempre di più verso una medicina personalizzata.
Michela: Quindi questa la nuova mappa?
Presidente Anelli: È questa sì, andiamo verso una nuova forma di medicina, noi dovevamo formulare la diagnosi di asma, oggi probabilmente la diagnosi sarà una qualche alterazione della cascata immunologica infiammatoria modificatasi. Non solo, ma questo approccio porterà sempre di più a ragionare specificatamente su quel malato perché anche i farmaci saranno personalizzati, mentre a una persona farà bene la tachipirina, a un’altra il brufen e quindi bisognerà sulla base di queste predisposizioni genetiche, capire anche come curare. Insomma, viviamo, come vedi, una fase di transizione molto molto particolare dove il rapporto con il malato non può che rimanere un rapporto fondamentale proprio perché, se io non capisco chi ho davanti, sarà ancora più difficile riuscire a curarlo.
Michela: Grazie queste tue osservazioni mi offrono spunto per introdurre un altro passaggio importante. Sempre partendo dal fattuale…dai movimenti, da ciò che si avverte sempre più necessario nel mondo della cura ti cito un evento: il 30 novembre 2024 nel corso degli Stati Generali Itineranti, l’ Università degli Studi di Udine e l’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale hanno siglato il Manifesto “Dignitas Curae” o Carta di Udine per l’umanizzazione delle cure e il benessere organizzativo.
Nel documento sono riportati 13 punti di impegno, con particolare attenzione al nostro Sistema Sanitario Nazionale, nell’intento di promuovere le sfide digitali e contribuire ad una salute sostenibile per i bisogni attuali e futuri. Nel manifesto si promuovono i principi deontologici che debbono ispirare la cura con particolare attenzione agli scenari, alle tecnologie e ai cambiamenti di paradigma che ci ha descritto sopra.
Presidente Anelli: si, questo punto ci riporta al cuore della questione: il rischio di focalizzarsi sulla competenza ultra-tecnica invece che l’interesse a porre il paziente al centro della cura nella sua dimensione totale, cioè non soltanto di malattia, ma psicologica, relazionale, valoriale.
Michela: anche il manifesto di Udine invita alla relazione, ad accogliere la storia e la narrazione del paziente, aspetto con cui introduco la medicina narrativa, ormai da molti anni attenta a cogliere la malattia nella sua estensione biografica in superamento della visione esclusivamente biologica.
Mentre pensavo a quali domande rivolgerti mi sono ricordata di una tua intervista dal titolo “Tecnica ed empatia, l’essenza della professione medica”, pubblicata sulla rivista “Brescia Medica” a dicembre 2024, un numero monografico “Umanesimo della Medicina”. In un passaggio dichiari: “Il modello di formazione attuale medico è orientato prevalentemente sulla tecnica e sulla scienza e spesso trascura l’aspetto umanistico. L’enfasi sugli esami diagnostici e le procedure possono portare alla riduzione del paziente a un semplice caso clinico.”
Michela: Rinnovi questi pensieri?
Presidente Anelli: Certo si è così, assolutamente sì.
Michela: In questa intervista, sulla quale vorrei in dettaglio tornare a breve, affronti dei passaggi chiave fondamentali per la missione della medicina narrativa e introduci l’aspetto delle “competenze”. Oggi la comunicazione medico paziente è più di una soft skill, sei d’accordo sull’aspetto che, accanto ai concetti di compliance e aderenza, si dia la giusta importanza anche alla cosiddetta concordanza come modalità privilegiata di una decisione condivisa?
Presidente Anelli: Io penso che la concordanza non sia soltanto, come dire un valore in sé ma anche proprio un principio costituzionale. Noi pratichiamo la medicina ma in questa dimensione però esiste il fatto di dover poi condividere con il cittadino le prospettive di cura che sono legate alle sue scelte, non alle scelte del medico. È un cambio di prospettiva ed è un concetto presente nella nostra Costituzione che consente al cittadino di poter decidere liberamente sulla propria salute. Credimi, è un concetto che, se non opportunamente insegnato, può essere sconvolgente per i medici perché, per noi medici, sarebbe importante curare tutte le malattie, ma per i cittadini potrebbe non essere così. I pazienti potrebbero non volere delle cure. Qui sorge un conflitto tra quello che il medico propone e quello che il cittadino accetta. È un conflitto che dovrebbe essere invece già risolto, cioè, intendo che il medico dovrebbe saper accettare i limiti anche alla sua proposta se dettata dalla volontà del cittadino, perché il dovere deontologico del medico è quello di stare accanto al malato nei modi e nelle forme compatibili per entrambe le persone: medico e cittadino. Il cittadino non può chiedere al medico cose in contrasto con la sua coscienza, e viceversa, il medico deve accettare le scelte che il cittadino fa sulla sua salute.
Michela: Sono paradigmi non sempre di facile applicazione.
Presidente Anelli: Questo vedi, non è un rinunciare a curare il paziente, è proprio al contrario l’accoglimento della dimensione psicosociale, il vissuto della malattia da parte del malato che può effettivamente avere una visione diversa da quella della scienza.
Michela: Assolutamente.
Presidente Anelli: il medico deve assolvere il suo dovere, certo l’ obiettivo è quello di risolvere le malattie ma il primo obiettivo è quello di alleviare le sofferenze, le sofferenze sono legate a una dimensione personale del vissuto ma anche alla dignità di ciascuno. E questo talvolta non è inquadrabile in uno schema ben preciso, ma come tutte le curve gaussiane hanno le code che possono essere diverse da quelle che sono definite, tra virgolette, normali o ordinarie o nella media.
Michela: Evidenzi passaggi fondamentali per noi che promuoviamo la medicina narrativa. Sicuramente occorre nei curanti una capacità di ascolto, di indagine e un desiderio di andare verso questa direzione nella cura che va allenata, mentre, come osservavi prima, nella facoltà di Medicina, attualmente questo tipo di formazione ahimè è carente.
In relazione a questo aspetto vorrei riportare un secondo passaggio della tua intervista a “Brescia Medica”, dove dici: “le competenze relazionali dovrebbero essere insegnate tanto quanto le competenze tecniche” e citi l’importanza di “corsi di etica medica, antropologia, comunicazione empatica, narrazione della malattia nella finalità di una maggiore consapevolezza delle dimensioni umane della professione”,
Presidente Anelli: Esatto, nelle Facoltà di Medicina si insegnano di più le competenze e non invece la relazione. Purtroppo, questa mentalità influenza anche l’organizzazione, perché per fare quello che stiamo dicendo abbiamo bisogno dell’altra variabile che è il tempo. Il tempo diventa parte della cura.
Michela: lo sancisce proprio l’art. 20 del Codice di Deontologia Medica del 2014 che il tempo della comunicazione tra medico e paziente è tempo di cura e poi la legge n. 219/ 2017 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”.
Presidente Anelli: Certo. Tuttavia, oggi non è così… Oggi noi siamo misurati invece nei pochi minuti che interagiamo con il malato, ma non è questo, che si chiede o, meglio, non è questo ciò che i malati chiedono.
Michela: Già
Presidente Anelli: E in tutte le rilevazioni che abbiamo fatto, in tutte le indagini emerge un dato essenziale dal paziente la frase: “Io vorrei parlare di più col mio medico”, ed emerge anche da parte dei medici: “non ho il tempo oggi sufficiente per poter parlare con gli assistiti”. Certo il tempo è ovviamente un costo, ma come è un costo qualsiasi altro tipo di terapia, allora perché siamo disposti a pagare 1 milione di euro per guarire un’ asma con un anticorpo monoclonale e non siamo disposti invece a pagare il tempo necessario per essere vicino alla persona che sta morendo?
Michela: Assolutamente condivisibile. E in questo scenario che hai così delineato, quali sono, secondo Te, le ragioni che allontanano il paziente dal curante e quali fattori che allontanano i medici dai pazienti?
Presidente Anelli: mi sembra che viviamo una dimensione frutto di anni di tagli nella sanità. Ne portiamo le conseguenze sulle nostre spalle con la riduzione del numero del personale ed un’organizzazione improntata all’efficienza economica dove il dato umanistico veramente si è perduto. Nessuno ci misura, oggi, sul grado di soddisfazione dei cittadini in ragione del rapporto che ha con il proprio medico o con i sanitari in generale, anche perché poi, diciamolo apertamente, questa professione oggi non la possiamo fare più da soli, ma la dobbiamo fare insieme con le altre professioni sanitarie; quindi, abbiamo una complessità che si aggiunge legata anche alla dimensione multiprofessionale dell’assistenza e della cura. Dal sovraccarico deriva poi il burnout.
Michela: Il burn out come un fattore connesso alle condizioni organizzative?
Presidente Anelli: Sì. Alle funzioni organizzative e che portano sempre di più poi il medico a fuggire, ad andare via perché i ritmi diventano insostenibili da reggere. D’altra parte, tutti i manuali, dal risk management, al rischio clinico, dicono che i risultati migliori anche sotto il profilo dell’efficienza terapeutica sono legati anche al benessere del medico, che deve essere messo nelle condizioni migliori per poter svolgere questa funzione. Ora, nel tema burn out emerge un altro dato molto forte: il fatto che i medici oggi non hanno più una vita familiare idonea.
Michela: capisco, è un disagio che mi capita di rilevare, incontrando i medici nel mio lavoro all’Ordine.
Presidente Anelli: Questo incide sul rapporto di lavoro, ma incide anche sull’umore e quindi nel rapporto con i pazienti. Sta nelle logiche dei sistemi produttivi delle aziende, le migliori aziende oggi, per poter ottenere il maggior di profilo economico, prevedono, che dipendenti abbiano condizioni di serenità, questa condizione permette un maggiore rendimento. Ecco, noi non lo vogliamo vedere la questione sotto il profilo del rendimento, ma sotto il profilo della relazione con i malati, questo è un dato di cui nessuno si prende carico oggi all’interno dei sistemi organizzativi.
Michela: È così.
Presidente Anelli: Perché guardano gli orari del tuo cartellino, ma non guardano la qualità della tua vita.
Michela: Presidente poni l’accento su una questione fondamentale, prendersi cura dei curanti è da tempo un preciso obiettivo di SIMeN, mi fa piacere sentire questa concordanza. Citavo inizialmente della Carta di Udine proprio perché nel Manifesto si pone un binomio: accanto all’umanizzazione delle cure, si parla proprio di benessere organizzativo e di un modello organizzativo che sia da un lato del paziente, cioè con la ricerca di porre il paziente al centro, e sia, dall’altro, attento all’aspetto relazionale tra le professioni, per creare un benessere. Guardando a possibili modelli migliorativi dalla tua esperienza nel mondo della cura, che idea hai maturato sui modelli narrativi e la loro applicabilità? quali sono, secondo te i punti di forza e di debolezza.
Presidente Anelli: Guardo con interesse la medicina narrativa, il punto di forza è sicuramente quello di mettere al centro il paziente, la relazione con il paziente. E questo, anche in prospettiva, come dicevamo nell’introduzione, andando verso una medicina sempre più personalizzata, diventa l’antidoto per evitare, che le persone siano soltanto numeri da prendere in carico e quindi un punto di forza importante. Il punto di debolezza, ritorno all’aspetto già stigmatizzato, sta nel fatto che oggi le tecniche necessarie non sono insegnate e di fatto le abilità comunicative sono lasciate “alla sensibilità” della persona non invece a una metodologia che dovrebbe diventare strutturata nell’ambito del percorso formativo dei medici.
Michela: Credi che la medicina narrativa, possa implementare un’abilità di ascolto e quello sguardo pluriprospettico di cui dicevamo prima capace di accogliere e assecondare i bisogni del paziente per realizzare davvero un piano di cure condiviso?
Presidente Anelli: Si. Noi abbiamo vissuto, in Europa questa idea del “medico tecnico”, mi spiego un medico valutato dal numero delle colecistectomie che è in grado di fare, dal numero di interventi che riesce a fare. In realtà la medicina non è questa. Compito della medicina, lo sottolineo, è quello di dare una risposta al bisogno di salute delle persone che è una dimensione molto più ampia rispetto a un problema di carattere tecnico. Sicuramente le competenze sono essenziali, fondamentali, ma non comprendono totalmente il malessere o il benessere del cittadino. Quindi, bisogna fare un salto di qualità in questo senso; noi viviamo in una società, in Europa, che ci ha considerato più imprese che professionisti, al punto che oggi il tema della concorrenza tra professionisti, la si misura sul versante di logiche del mercato. E oggi è difficile contenere attività di carattere informativo o di carattere pubblicitario di medici o strutture che propongono visite con grande ribasso di costo senza guardarne la qualità. Questo risultato deriva da una concezione di guadagno. In realtà questa professione non si può fare tenendo solo conto del profilo economico. È un dato essenziale.
Michela: Conosco purtroppo il problema della commercializzazione della salute e condivido. Oltretutto hai anticipato i contenuti della domanda successiva. Noi crediamo che la medicina narrativa, fondata sul valore dello scambio dialogico aperto in movimento tra curato e curante possa rappresentare una chance efficace contro il burnout ed essere una fonte generativa di motivazione per i giovani e per i professionisti esperti, ma avviliti da martellanti logiche solo prestazionali. Il tuo pensiero?
Presidente Anelli: Lo condivido totalmente. Ritorno sull’aspetto condizionante si insegna ai medici ad essere misurati sulla performance, quello che noi riusciamo a produrre, ma nessuno ci valuta sotto il profilo relazionale e nessuno ci forma sotto il profilo relazionale, a meno che non trovi un maestro. L’insegnamento non può essere soltanto della competenza, occorre anche l’insegnamento della relazione. Un tempo questo era supplito dalla figura del “maestro”. Il maestro ti insegnava l’approccio alla medicina e ti insegnava a come relazionarti con il malato; indicava quanto importante fosse mettere una mano sulla spalla del malato o visitarlo perché anche il “tocco”, durante la visita, aveva un valore terapeutico in quanto tale, capace di innestare una relazione talvolta profonda con il malato che si aspettava questo tipo di atteggiamento. Non è una reminiscenza del passato.
Michela: Penso sia un desiderio sempre attuale nel paziente ed anche le neuroscienze ci svelano benefici della relazione: nel contatto, lo sguardo, la presenza.
Presidente Anelli: Si e non solo sai. Oggi le indagini sulle malattie, attraverso lo studio della genetica, mostrano come l’ambiente di predisposizione delle patologie, sulla base delle proprie caratteristiche genetiche, sia fortemente influenzato dall’ambiente psicologico e quindi questo ha un’importanza fondamentale. Se prima l’avevamo imparato sotto il profilo empirico, oggi questo sta diventando anche parte e patrimonio della scienza. Non fosse altro per questo io credo che la medicina debba implementare questi passaggi nei percorsi formativi.
Michela: Conosciamo l’effetto placebo ed anche l’effetto nocebo. Attualmente l’architettura terapeutica (healing architecture) progetta di spazi di cura che promuovono il benessere psicofisico delle persone.
Presidente Anelli: Assolutamente sì
Michela: E visto che hai posto la questione del corpo e del tocco, hai un aneddoto, un ricordo di un’esperienza narrativa forte che ti ha segnato nella professione?
Presidente Anelli: Esperienze molte, come medico di famiglia in Puglia ho frequentato tante case e famiglie, ho il ricordo chiaro di un paziente al quale era stata diagnosticata una neoplasia al pancreas, le linee guida non prevedevano un approccio graduale ma lui mi disse: “Dottore, guardi, capisco il suo voler fare, però tenga più conto di quello che chiedono i malati, perché, è difficile per voi capire, ma per noi è importante, quello che sentiamo”. Mi chiedeva di agire tenendo conto dei suoi desideri.
Michela: Sulla necessità di questa sintonia ricordo il titolo del libro una dottoressa internista americana Danielle Ofri “Cosa dice il malato e cosa sente il medico?”. Molto bello.
Presidente Anelli. L’esperienza di vita che serve è questa, non credi? Davanti ai malati talvolta noi siamo, ingabbiati nelle nostre gabbie nosologiche, per cui ci sembra di dover stare lì dentro. Lo sforzo del medico dovrebbe essere proprio quello di ascoltare.
Michela: un ascolto attivo.
Presidente Anelli: un po’ come una mamma. Io ho imparato da mia moglie, quando capitava mi dicesse che, secondo lei, nostro figlio aveva qualche problema, io le dicevo che si sbagliava … invece no, c’era proprio qualcosa e il suo intuito femminile materno andava al di là dell’oggettività.
Andando verso la conclusione di questa piacevole chiacchierata Presidente, riferendomi al problema che hai messo a fuoco della carenza di formazione, desidero sottolineare che nostra Società di Medicina Narrativa, fondata nel 2009, è molto attiva si impegna nella formazione, nell’educazione e nella ricerca. Dicevi prima che manca la formazione alla relazione ma la formazione c’è, è proposta, scarseggia tuttavia la partecipazione dei medici, altre professioni della cura sono già più coinvolte Gli Ordini professionali e le Aziende Sanitarie, tranne qualche caso, sono ancora lontani dal promuoverla.
Presidente Anelli: Voglio dirti una cosa questa nostra professione la si impara stando insieme, cioè la si impara sul campo condiviso, non ci si può formare telematicamente, perché è pregnante l’aspetto relazionale. Faccio una piccolissima divagazione rispetto all’attualità, sto pensando a quei 54.000 ragazzi che stanno seguendo il primo semestre di medicina e molti lo faranno online, mentre questa è una professione che dal primo giorno bisogna costruire insieme.
Michela: Assolutamente.
Presidente Anelli: Non voglio tornare all’idea dei maestri ma voglio dire che qualcuno ti deve insegnare facendo insieme. Questo è un elemento importante e quindi va strutturato in questo senso. È chiaro, io capisco la difficoltà di fare oggi una formazione sulla medicina narrativa. Infatti, questo deve diventare parte della formazione del medico obbligatoria nel corso di laurea. Con la revisione del nuovo codice ci stiamo impegnando affinché le università inseriscano la comunicazione nel percorso formativo della per laurea di medicina, guardando sempre di più agli aspetti relazionali.
Michela: All’Ospedale Sant’Andrea di Roma sarà attivo un primo centro in Italia per la medicina narrativa, inserito proprio nel percorso di formazione del terzo anno di Università di medicina della Sapienza. Un progetto seguito dal nostro Presidente di SIMeN Marco Testa, cardiologo che ha già documentato l’efficacia dell’approccio narrativo in diversi percorsi clinici in ambito cardiologico.
Il centro del Sant’Andrea si struttura a partire dal punto di accoglienza e orientamento (PA0), che accompagna la persona dall’accesso fino alle dimissioni, valorizzando la qualità della relazione e della comunicazione. I pazienti e caregiver compileranno un diario narrativo digitale esprimendo bisogni ed esperienze in un ambiente protetto, condividendoli direttamente con i propri medici e tutto il team curante.
Presidente Anelli: Sì lo ho appreso, ottimo e devo dire che io ho trovato molta sensibilità anche nei vertici dell’Università. Credo che ci sia la volontà di cambiare ma come per tutti i cambiamenti vi è bisogno del tempo, tuttavia vedo molta sintonia su questo.
Michela: La Federazione potrebbe essere un punto di riferimento nell’opera di sensibilizzazione? Mi dicevi che lo state già promuovendo?
Presidente Anelli: Sì, assolutamente sì. Dicevo che stiamo lavorando alla revisione del codice deontologico e questo aspetto è stato uno dei punti largamente condivisi e voluti.
Michela: E hai mai pensato ad un tavolo di lavoro rappresentativo di esperti che potrebbero offrire qualcosa di utile ai sanitari e ai pazienti anche in questa fase di redazione del codice che mi stai dicendo? raccogliere alcuni elementi sul campo?
Presidente Anelli: Io credo che bisognerebbe in primo luogo, lavorare un po’ di più con l’Università nella costruzione di progetto formativo. E lavorare con voi su questo progetto. Noi non possiamo che dare l’input.
Michela: può sembrare banale, però attraverso un valido sistema formazione relazionale il paziente può ricevere un ascolto e un’attenzione fondamentali per migliorare il rapporto. Il tempo non ha solo un valore quantitativo. Nella relazione di cura sanitari e pazienti possono sperimentare una reciproca educazione a questo tempo condiviso, ottimizzandolo in modo funzionale ed efficace. Un tempo di qualità.
Presidente Anelli: Si. E oltre all’aspetto formativo, per dare strumenti e conoscenze relazionali al medico, c’è un aspetto culturale più generale su cui è necessario lavorare: superare quell’idea di cui parlavo prima di un medico ”tecnico”. Senza il superamento di questa concezione noi potremo risolvere i problemi organizzativi. Lo risottolineo …oggi i direttori generali non ci chiedono questo, non valorizzano il rapporto, non valorizzano il tempo, andrebbe insegnato questo anche ai vertici. C’è bisogno di un cambiamento culturale. I cambiamenti culturali comportano processi più lunghi ma sicuramente più efficaci.
Michela: Samo allineati… a questo punto dell’ intervista mi ero proprio segnata di affrontare il tema della necessità di un passaggio culturale. Occorre dare strumenti per allenare una postura narrativa, l’ascolto empatico, la narrazione migliorano l’efficacia della cura integrando la medicina basata sulle evidenze scientifiche. Per citare alcuni strumenti la Medicina Narrativa utilizza la scrittura autobiografica riflessiva che, aiuta a sistemizzare i vissuti sia di pazienti che dei curanti, le cartelle parallele, le interviste, i diari narrativi, i diari digitali.
I testi narrativi su cui esercitare ascolto e attenzione sono tratti dall’arte in tutte le sue espressioni (pittura, letteratura, musica, cinema, teatro) o dai testi biografici esperenziali, la loro lettura attenta, lo scambio e la condivisione hanno una valenza riflessiva e trasformativa. Ci sono gli ospedali narrativi, l’arte e la bellezza negli ospedali che crea nuova cultura per farne delle sinergie territoriali, no? Realtà capaci di creare dei legami, affiliazioni con iniziative culturali per la comunità come l’Ospedale di Niguarda. E inoltre sulla base di esperienza personale come facilitatrice, posso dirti che portare parole, metafore, immagini, letteratura, teatro, in un reparto apre, in modo neutro, a narrazioni efficaci, a sguardi pluriprospettici, a riconoscimenti.
Presidente Anelli: Certo. Ricordo una mia esperienza ormai datata, anni fa mi recai da un professore radioterapista al Gemelli, il suo reparto curava i bambini, durante la terapia i bambini vedevano le immagini dei loro cartoni animati o dei film più amati, attraverso questo sistema dell’arte e delle immagini è possibile migliorare il momento delle cure e soprattutto far sentire ancora persone quei malati che vivono situazioni drammatiche.
Michela: Sì, è provato, anche la bellezza contribuisce alla cura. No, non è soltanto una questione di endorfine, ma uno strumento che coinvolge intelletto, anima e corpo. Nei laboratori di medicina, davanti alla composizione più disparata del gruppo, l’utilizzo di un presidio artistico, totalmente neutro rispetto ai contesti, permette alle persone di sentirsi libere di dire cose che non direbbero mai. È questa per noi la sfida della medicina narrativa perché è una preparazione umana esperenziale riflessiva da integrare alla conoscenza tecnica. A volte noi stessi non ci conosciamo abbastanza, ci misuriamo davanti queste esperienze scoprendo delle cose incredibilmente nuove. La Medicina Narrativa permette di valorizzare le esperienze migliorando la relazione di cura ma cosa importante permette di rinnovare la motivazione professionale, l’appartenenza, l’identità. Principi fondanti di questa disciplina.
Scusa tantissime sarebbero le cose da dire…Presidente desideravo sottoporti un passaggio, se ritieni ci possa essere una correlazione con i temi che abbiamo trattato, ti chiedo una battuta rispetto al tema della violenza contro gli operatori sanitari. Se attraverso un maggior ascolto potesse migliorare l’affiliazione, il riappropriarsi della fiducia tra medico e paziente potrebbe contenere la violenza?
Presidente Anelli: senti il tema della violenza è stato per anni sottaciuto e sono emersi soltanto gli episodi più eclatanti. Non veniva nemmeno denunciata, ora il fenomeno è diventato ingente e i media ci informano velocemente. Dalla mia esperienza, osservo che oggi più la gente si rende conto che i sanitari sono in difficoltà perché sono pochi, stanchi, stressati, eccetera, più però il bisogno di soddisfazione salute si esprime in una rabbia, e quando non c’è risposta veloce o, se la sofferenza non è colta, purtroppo accade spesso che scaturisca in violenza. Anche questo sai è un problema culturale, intendo che il sistema dovrebbe mettere nelle condizioni i pazienti di potersi esprimere di poter dire il vissuto, no? Per un paziente non rassicurato un taglietto sulla mano può essere il problema più grande del mondo. A lui non importa niente se c’è un infartuato dall’altra parte, no? C’è bisogno però che qualcuno glielo spieghi. Che se ne prenda carico. Ecco, io penso che il tema della violenza sia strettamente correlato proprio con il problema della reciprocità.
Michela: “Reciprocità”: concetto fondamentale grazie.
L’ultima domanda è una domanda alla rovescia, che cosa chiederesti Tu Presidente FNOMCeO e medico alla Società Italiana di Medicina Narrativa?
Presidente Anelli: Ma io penso che, il lavoro che fate sia un lavoro importante per tutti noi. Come abbiamo detto, la cultura si cambia costruendola, ogni giorno e diffondendo un modo di vedere la professione diverso da quello del legato soltanto alle competenze. Voi vi impegnate molto in questo e non posso che ringraziarvi.
Michela: Oggi sentiamo sempre più il bisogno di mettere insieme due mondi: quello della medicina basata sulle evidenze (EBM) e quello della medicina narrativa (NBM).
Perché la medicina narrativa sia davvero riconosciuta nel suo valore, dobbiamo imparare a documentare non solo come i pazienti e curanti si sentono meglio grazie ad una postura narrativa, ma anche a raccogliere dati misurabili, capaci di dare credibilità e forza scientifica alle pratiche narrative.
È questa la grande sfida della ricerca di oggi. Certo, le occasioni per applicare concretamente la NBM sono ancora poche, e questo crea un po’ un circolo vizioso, ma resta la speranza di costruire collaborazioni, ad esempio anche con FNOMCeO per creare percorsi formativi che aiutino gli operatori sanitari in attività, che, pur provenendo da studi universitari tecnici, possano ampliare le proprie competenze narrative e relazionali.E con questo augurio la saluto Presidente, ti saluto Filippo grazie ancora a nome di SIMeN, a presto e buon lavoro.
Presidente Anelli: Ciao a te Michela, Buon lavoro a tutti voi

E’ un dialogo edificante quello tra voi. Tuttavia, come già accennava il Dr Anelli è necessario chiamare a raccolta ,anche tutti i professionisti della Cura e questo è sottolineato molto bene. Io sono un’infermiera pugliese e concordo in pieno con tutta la analisi puntuale del Dr Anelli.