Le STORIE è una sezione dedicata alle storie e alle esperienze di malattia e di cura, per dare voce alla dimensione soggettiva del paziente e di coloro che ne hanno cura. Questo spazio accoglie i vissuti personali legati alla malattia, offrendo ai lettori una comprensione più profonda delle esperienze uniche, della fragilità e della vulnerabilità che accomunano chi ha cura e chi è curato.
L’aggressività non va in vacanza
di Tania Milletti, 20 agosto 2025

Quell’estate ero io la sostituta. Il medico che supplisce all’assenza estiva del curante. Significava inserirsi in rapporti stabili o quantomeno in abitudini consolidate nella relazione medico-paziente. “Ecco la sostituta” . L’essere giovane ( o presunta tale) era un biglietto da visita ambivalente: “ il dottorino..è bravo e scrupoloso..”, “ la sostituta non ci ha capito niente”, oppure “ aspetto il ritorno del dottore”. Negli anni mi è capitato anche di godere di fiducia riflessa subentrando a medici che godevano di grande stima. Ero brava sulla fiducia, perché il dottore difficilmente lasciava l’ambulatorio per le ferie cedendo la responsabilità ad altri. Ero brava anche quando andavo sempre a visitare a casa, una abitudine che il titolare facilmente poteva allentare, considerando la conoscenza approfondita dei suoi pazienti e la mole di lavoro dei periodi di punta.
E così, in un pomeriggio canicolare, accedevo allo studio dell’ennesimo curante, davanti all’ennesimo paziente. Non una grande folla, ma neanche poca per un giorno qualsiasi di agosto. Sistemati gli arnesi del mestiere, iniziava la sfilata di storie, ricette, pressioni, toraci. Era trascorso circa la metà del tempo previsto per l’attività ambulatoriale, quando entrò una coppia. La partner appariva sullo sfondo e di supporto al marito. Quest’ultimo si qualificava come reduce da un IMA (infarto miocardico acuto) e ci teneva ad identificarsi con la sua professione. Mesto e rigido, mi mostrava i farmaci prescritti in dimissione, i previsti del post.-evento. Tra di essi la compressa per il controllo del colesterolo e la prevenzione secondaria. Argomentava di non volerla assumere e era fisso nell’idea che potesse fargli male. Una convinzione ferrea e provocatoria. Sentivo salire questa tensione, unitamente alla stanchezza degli ambulatori estivi.
Fu così che mi uscì di getto una frase lapidaria:” non le resta se decidere di morire di infarto o per gli effetti collaterali della statina”. Come era potuto succedere che la mia corteccia cerebrale avesse dato la precedenza alle parti basse dell’encefalo? Ci avrei riflettuto più avanti. Sul momento fu una deflagrazione di aggressività. Il pubblico ufficiale (questo aspetto ci legava nell’esercizio delle nostre funzioni) mi esplose letteralmente in faccia la sua rabbia. “Come mi ero permessa”, e che “lui era”.. e che “lui avrebbe fatto e detto a chi di dovere”.. Credo di ricordarlo anche in piedi di fronte a me ad un certo punto. Immaginavo come le sue urla si sentissero fin sulla strada. Le persone in fila che cosa verrebbero pensato? Per prima cosa dovevo togliermi dal rischio immediato di una escalation. Impiegai molto tempo per raffreddare l’animo del paziente, coadiuvata ad un dato momento dalla moglie, che meglio di me conosceva il suo pollo.
Riuscii ad accompagnare all’uscita i due. Tremante chiamai la segretaria del titolare per avere qualche conforto sulla sua storia precedente e la ragguagliai sull’accaduto. Ancora ansimante mi riaccinsi a continuare la visite. Qualcuno della fila che si era creata mi mostrò una certa solidarietà. La apprezzai. Per molto tempo pensai alle eventuali conseguenze funeste dell’evento. Col passare dei giorni, mesi ed anni la mia riflessione si è spostata alle ipotetiche dinamiche di tale accadimento, il cui carattere acuto e violento mi ha fatto pensare all’infarto stesso. Qualcosa del suo trauma aveva scalfito la rigidità di cui si corazzava e la difesa nei confronti della compressa poteva rappresentare una rivendicazione di se stesso e della sua salute. Un punto dal quale partire per essere in relazione. Un accesso da cui entrare per capire cosa avesse provato e quanta rabbia avesse in corpo per quell’insulto ricevuto dalla patologia ed anche, non a caso, da me medesima. Si era creata la cornice per rimettere in scena il trauma subito ed io non avevo colto l’occasione. Ero stata catturata dal tenore provocatorio e svalutante delle sua ostinazione a non obbedire alla prescrizione. Volevo essere un bravo dottorino degno di rispetto e avevo fatto la voce grossa? Le ipotesi che si sono susseguite in me sono state importanti per la condotta successiva di fronte a situazioni simili.
La malattia scopre i nostri nervi e stimola le nostre aree più antiche ed istintuali, apre una frattura nella nostra storia. Questa spaccatura ci consente di entrare in rapporto con parti di noi, per esempio la nostra rabbia. Con l’animo di oggi cerco di riconoscere sempre di più questa possibilità. Restare in ascolto anziché reagire, accogliere anche quello che sembra aggredirci ed aspettare che l’esplosione permetta di scoprire i sentimenti che nasconde.
Tania Milletti è medico e psicoterapeuta. Ha maturato esperienza nella medicina del territorio e conseguito una formazione psicoanalitica esperienziale che si è coniugata con l’interesse verso la Medicina Narrativa. Attualmente fa parte del CD della Società Italiana di Medicina Narrativa, coltivando il suo interesse per la scrittura e la riflessione al servizio della cura.
