Le STORIE è una sezione dedicata alle storie e alle esperienze di malattia e di cura, per dare voce alla dimensione soggettiva del paziente e di coloro che ne hanno cura. Questo spazio accoglie i vissuti personali legati alla malattia, offrendo ai lettori una comprensione più profonda delle esperienze uniche, della fragilità e della vulnerabilità che accomunano chi ha cura e chi è curato.

Abdul, un giovane soldato afgano

da Rastogi e Sreenath, (2025). Where the borders bleed: Festivals, fragility, and the footfall of a young soldier’s return. JCO Global Oncology, 11.

A cura di Massimiliano Marinelli –  Centro Studi SIMeN. 29 agosto 2025

L’articolo “Where the Borders Bleed” di Sameer Rastogi e Nihanthy D. Sreenath, pubblicato di recente su JCO Global Oncology, trascende i confini del resoconto clinico per offrirci una potente meditazione narrativa sull’essenza della cura.

La storia di Abdul, giovane soldato di Kabul affetto da osteosarcoma metastatico, si dipana nell’arco di due anni attraverso le sue visite in un ospedale di Delhi, scandite dal ritmo dei festival indiani: il Diwali, festa della luce, e l’Holi, festa dei colori. Questi momenti di speranza e connessione umana si scontrano però con una realtà più ampia e brutale: quella di un Afghanistan che sta collassando sotto i nostri occhi.

Tra gli aspetti che più mi hanno colpito di questo articolo, scritto con rara maestria, emerge innanzitutto la naturalezza con cui la terminologia tecnica – “angioembolizzazione“, cisplatino e doxorubicina prima, gemcitabina e docetaxel poi – si intreccia con la descrizione profondamente umana di Abdul:

“C’era qualcosa di disarmante e puro in lui, che non avrebbe mai potuto essere catturato nelle nostre note cliniche”.

In secondo luogo, colpisce l’intreccio organico tra le visite ospedaliere, scandite da appuntamenti e protocolli, e gli eventi del mondo reale, che talvolta creano un contrasto stridente: da un lato un’India

“con la gioia selvaggia dei colori dell’Holi, le luci dorate del Diwali”,

dall’altro un Paese dove

“i medici stavano fuggendo e (…) i pazienti con cancro erano intrappolati nel fuoco incrociato della crisi”.

Particolarmente suggestiva è la modalità con cui gli autori riescono a far emergere la personalità di Abdul in tutta la sua dignità e complessità. Nel testo, le condizioni cliniche – seppure terribili: la gamba amputata che lascia

“una gamba del suo pigiama penzolare vuota, come una bandiera a mezz’asta”,

i probabili dolori, la progressione inesorabile della malattia – sembrano sfumare di fronte alla sua soverchiante personalità. È la sua “quieta serenità”, i suoi “occhi castano chiaro, contornati di kohl”, la sua capacità di raccontare Kabul “non con amarezza, ma con una strana tenerezza” a rimanere impressi nella memoria del lettore, non i parametri oncologici o le complicanze terapeutiche.

La narrazione raggiunge il suo culmine quando Abdul, nell’agosto 2021, arriva all’ospedale quattro giorni prima del Giorno dell’Indipendenza indiana. La sua domanda

  • “Quale paese mi accoglierà?”
  • risuona come un atto d’accusa universale contro l’indifferenza del mondo verso chi soffre ai margini della storia. È in questo momento che la medicina incontra la geopolitica, e il personale diventa inevitabilmente politico.

Attraverso questa splendida e terribile narrazione ho compreso che

“qualcuno porta con sé molto più della sua diagnosi. (…) Abdul portava il peso dei confini, il silenzio dell’esilio e le sofferenze di storie non raccontate”.

Gli autori ci ricordano che l’oncologia globale non è solo una questione di accesso ai farmaci o di standardizzazione dei protocolli, ma riguarda anche – e forse soprattutto – la capacità di riconoscere l’umanità nel dolore, di preservare la dignità nella malattia, di mantenere la speranza nell’incertezza. In un’epoca in cui la medicina tende sempre più verso la tecnologizzazione e la spersonalizzazione, questo articolo rappresenta un potente richiamo all’importanza della relazione terapeutica autentica.

Le frasi conclusive del testo dovrebbero risuonare nella mente di ogni studente che aspiri a diventare un professionista della salute:

“In un mondo che distribuisce la luce in modo ineguale, a volte, siamo più che semplici medici. Guarire non significa solo trovare la diagnosi corretta o somministrare la chemioterapia. Dobbiamo anche preservare la dignità, assistere i nostri pazienti nel trovare sicurezza e fornire stabilità mentre si aggrappano alla fragile grazia di essere vivi. Diventiamo custodi della grazia: fragile, tremolante e ardentemente umana”.

Desidero infine esprimere la mia più sincera gratitudine agli autori indiani, Sameer Rastogi e Nihanthy D. Sreenath, che mi hanno immediatamente concesso il permesso di tradurre integralmente l’articolo in italiano e di creare la relativa traccia audio.

Questo gesto di generosità intellettuale testimonia non solo della loro apertura al dialogo interculturale, ma anche della convinzione che certe storie – come quella di Abdul – meritino di attraversare ogni confine linguistico per raggiungere il maggior numero possibile di lettori e toccare il maggior numero possibile di cuori.

Massimiliano Marinelli 29 agosto 2025